Fidati della tua Follia

Ok, sono d'accordo potrebbe essere una bella frase per un tatuaggio da appiccicare al bicipite muscoloso del classico cervello zero, abbronzato e Rolex a rate.

Quello che dopo uno sforzo enorme di immaginazione ambienterebbe il suo matrimonio a bordo di una cabrio senz'anima su una spiaggia alle ore 12.00, ma le foto alla Golden Hour mi raccomando che sono stupende, con flash e senza punteggiatura.


Il problema è che la follia non ha niente a che fare con i bicipiti o con i trenini sulle note di canzoni estive che ti fanno desiderare una apocalisse immediata. Quella è plastica, la fiera del già visto, la recita di fine anno di gente che ha paura dell'ombra che proietta sul muro.

La follia vera è un'altra cosa. È silenziosa. Ha i denti stretti e gli occhi affamati.

Quando sono entrato a casa di Vale c'era un silenzio strano, di attesa, di quelli che precedono i temporali che spaccano le foglie degli alberi.

Per un attimo quasi mi è mancata l'eccitazione isterica delle damigelle d'onore pronte a scattarsi il millesimo selfie identico.

Appesa al muro, come una ferita di luce elettrica, c'era quella scritta al neon: "trust your madness".

Una luce fredda le illuminava la faccia mentre con finta disinvoltura  buttava giù mentine con il caffè sotto lo sguardo insolente di un gatto enorme.

Niente trucco pesante a coprire le occhiaie di chi non ha dormito una notte intera. Solo due occhi che sembravano lame.

Poi sono andato in chiesa.

A portare le fedi non è stato un paggetto da fotoromanzo. È stata una bambina, minuscola, paralizzata dal terrore.

Se ne stava arrampicata sulle braccia del suo papà, con le dita piantate in bocca e gli occhi sgranati a fissare una navata che doveva sembrarle un'autostrada spaventosa.

A scortare quel dolcissimo blocco di paura alto mezzo metro, quasi un agente dei corpi speciali schierato a protezione dell'innocenza, c'era un Golden Retriever.

Un testone biondo e massiccio che è avanzato regale lungo la navata oscillando morbido e lento, del tutto incurante della sacralità del luogo, dei paramenti sacri e degli sguardi tesi dei parenti.

Era l'unico essere vivente in quella navata ad essere perfettamente, sfacciatamente a suo agio.

Guardava, senza vederlo, l'altare con la lingua di fuori, come se l'eternità fosse solo una questione di croccantini e carezze dietro le orecchie.

La festa è esplosa. E in prima fila c'era la nonna, elegante e discreta.

Quella che in chiesa consolava la sposa commossa con uno sguardo di infinita dolcezza, adesso era il motore immobile di tutto il tavolo.

È stato lì che ci ho messo del mio: ho allungato il passo per una inquadratura e ho pestato in pieno il velo della sposa. Ho sentito il tessuto tirare, il cuore in gola.

Qualsiasi sposa mi avrebbe incenerito.

Vale si è girata e si è messa a ridere.

Lì le ultime vaghe tracce di finzione sono svanite ed è rimasta la vita vera, quella che inciampa e se ne frega delle buone maniere.

La sera ha divorato il resto. Niente fari accecanti, solo un buio denso spezzato da due o tre luci da discoteca.

I corpi spuntavano dal nero per un secondo - una camicia sudata, una bocca spalancata dal riso, un abbraccio al papà - per poi sparire di nuovo.


Le foto qui sopra sono nate così.

Tra una scritta al neon rosa, una bambina terrorizzata, un cane all'altare, un vestito calpestato e un buio fitto che mi ha fatto sbagliare strada tornando a casa.

Non sono sicuramente immagini pulite. Sono i frammenti di due persone che hanno deciso di dare retta a quella luce. E di fidarsi della propria follia.

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