Grande Raccordo Anulare

Un matrimonio a roma.

Il raccordo è una bestia che non dorme. Sei corsie di asfalto che bolle e io ci sono dentro, incastrato tra un furgone puzzolente che perde olio e una Panda giallo sbiadito che vuole scavalcarmi.

Un piemontese nel tritacarne.

Ho sbagliato uscita tre volte.

L'ansia mi morde lo stomaco, un cane rabbioso che non dorme da due giorni. Se arrivo tardi passo per pirla, se sbaglio il servizio faccio una figura di merda.

Ho la borsa sul sedile del passeggero, così la controllo meglio. In borsa ho solo la roba vecchia. Vetro e ferro.

Roba che se non ci metti tutto il cuore porti a casa solo macchie di colore senza senso.

Arrivo che sono un rottame, occhiaie e tensione dissimulata da anni di abitudine.

Sorrido e li vedo, la tachicardia mi molla.

Non sono quelli delle riviste o peggio quelli che ci vorrebbero andare.

Sono persone, persone vere. In carne, ossa, sangue e cuore. Una famiglia che urla, ride e che la domenica si sporca ancora di sugo.

Niente regole da influencer paranoiati, niente sguardi da ebete sotto mdma.

Mi offrono un caffè. Lo bevo in piedi mentre la casa esplode. Lo butto giù amaro per darmi un tono.

Lei si chiama come mia nonna e vorrebbe salvare il suo trucco.

Abbandono l'auto come un ex rappresentante di medicine navigato e arrogante.

E' una bestia lussuosa, potente, un favore di un amico generoso che oggi mi fa sentire fuori posto.

Mi butto a piedi nel labirinto di Roma.

Ho la gola secca. Vorrei un bagno, una Red Bull e una sigaretta vera, non questa elettronica che sa di plastica.

Li vedo arrivare: sono in quattro, su un marciapiede.

Un manipolo di disertori che ha abbandonato le buone maniere per restare umani.

E' in piedi dentro una vecchia decappottabile bianca. Una scaglia di metallo che taglia il riverbero di Roma.

Sorride.

Un sorriso che non deve convincere nessuno, solo pura gioia.

Gli invitati sono spariti dentro, inghiottiti dal buio della chiesa.

Sento i loro sguardi caricarmi la schiena come fucili puntati.

Restiamo noi, Io, loro due e il silenzio. Non è un abbraccio da film. Si stringono come fossero sopravvissuti a un naufragio nel bel mezzo del raccordo anulare.

Fuori Roma è immobile, svuotata. Dal fondo della chiesa si muovono loro: tre bambine tornate da un tempo lontanissimo.

A guardarle mi torna in mente come scriveva mia nonna: un segno infantile, scolastico, impreciso ma impresso sulla carta con un rispetto sacrale.

Il nonno invece non c'era, in chiesa. Troppo vecchio, rimasto a casa a fare i conti con gli anni.

Siamo andati noi a cercarlo, lassù, su un balcone al quinto piano che affacciava su alcune nuvole bellissime.

Sul tavolino di legno, pizzicato tra un mazzo di carte e alcuni vecchi CD, c'era un contenitore ricolmo di Rossana, posizionate lì, con diligente cura, per l'occasione.

Quelle caramelle col vestito rosso metallizzato, dure, dal cuore morbido.

Quando si sono guardati, sospesi tra il salotto e il cielo di Roma, gli ha solo messo una mano sulla spalla, stringendo la giacca quel tanto che bastava per fargli sentire che c’era, dolcemente.

In quel silenzio, improvvisamente così lontano dal raccordo, c’era una dignità che ha fatto sembrare ridicolo tutto il rumore delle antenne e dei condizionatori che ronzavano lì intorno.

A me è arrivata addosso una sventagliata di verità che mi ha lasciato scoperto. Sono rimasto lì, immobile, incastrato tra il magone e il rispetto sacrale per quel pezzo di vita così fragile eppure così immenso.

In quel momento ho capito che stavo stringendo tra le mani una delle parti più preziose e indifese del mondo.

Le foto che vedi qui erano imprigionate in una borsa appoggiata delicatamente sul sedile del passeggero, insieme alla sensazione che ero andato fin dentro il caos della Capitale solo per portarmi via un pezzo di vita.

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