I 400 colpi
Il criceto nella ruota è felice.
O almeno così mi sembra.
Corre, corre, non si fa domande, e alla fine della giornata è ancora vivo.
Chi sono io per giudicare un criceto.
Io, del resto, sono uguale. Ok, senza capelli, con la barba, ma uguale.
Le mode arrivano, non chiedono il permesso, e io corro e mangio. Oggi va la pellicola, ieri andava il drone, prima ancora il fieno. Domani chissà.
I ricordi veri, quelli che stanno nella pancia, per fortuna non sono mai andati di moda.


Monforte, fine ottobre, matrimonio.
La Langa a quest'ora dell'anno non è da cartolina.
È un animale pigro che si prepara a dormire sotto una coperta di foglie accartocciate e nebbia fredda.
Il caos della fiera del tartufo è lontano troppe curve per disturbarla.
Ci vengo spesso, per lavoro o senza motivo.
E ogni volta mi torna in testa la stessa frase: faire les quatre cents coups.

Parla di intensità. Di una vita presa a morsi finché non ne rimane più, senza freno e senza calcolo.
Truffaut ci ha fatto un film su un ragazzino che scappa verso il mare. Una corsa che non finisce mai, ma si inchioda su un fotogramma, un secondo prima del traguardo.
Quella stessa intensità, quel giorno, vestiva di bianco.
Non correva, camminava leggera e non aveva fretta di arrivare da nessuna parte.


L'ho vista un attimo prima di uscire di casa. Mi è bastato uno sguardo per capire che sarebbe stato un giorno particolare. Non aveva l'espressione tesa di chi ha controllato ogni dettaglio. Piuttosto quella di chi si è imbucata per sbaglio alla festa di qualcun altro e ha deciso di godersela comunque, senza chiedere il permesso a nessuno.



Ho scattato, ho salutato, sono andato via.
Due sconosciuti mi hanno affidato un pezzo della loro vita. Io me lo sono portato via chiuso dentro un rullino, senza sapere se ci fosse luce o solo aria bruciata.
Sono corso via anche io, come il ragazzino di Truffaut.
Senza girarmi, stanco.














